Pablo Trincia è una persona che si lascia trovare. Non si nega, si lascia raggiungere dalle persone, dedica tempo ad ascoltare, ti guarda negli occhi, ti tocca il braccio mentre parla.

Lo abbiamo intervistato in una delle prime serate calde di giugno, a Milano, prima di una presentazione del libro Veleno (vi abbiamo già parlato di Veleno qui). Appena ha letto la nostra mail ci ha risposto, anche se era sera tardi, e ci ha detto “Certo, incontriamoci”.

Quella sera a Milano era seduto ad un tavolino con tre persone di cui abbiamo conosciuto le voci nel podcast Veleno – prima fra tutti Lorena.

Il vederlo e il sentirlo parlare creano insieme un effetto sinestetico. La sua voce era un’entità a parte durante tutte le puntate di Veleno e ora ha un corpo, che è seduto davanti a noi.

Con una copia di Veleno in mano è automatico partire dal libro.

Cosa ti ha permesso di fare di più il libro rispetto al podcast?

Di approfondire tutta una serie di aspetti che nel podcast non avevo avuto modo e spazio per approfondire: alcuni documenti, verbali e personaggi. Per esempio, quella che io chiamo Cristina, la nipote di Lorena, che è una figura centrale, o alcuni documenti sulla Donati, che di fatto spiega di aver fatto un esperimento con questi bambini. E poi abbiamo approfondito alcune storie.

Nel libro hai anche raccontato più di te stesso.

Io non volevo mettermi, ma la mia editor mi ha detto “Crea un altro piano narrativo perché aiuta molto ad identificarsi, a riscaldare il racconto perché ci metti le tue impressioni, che sono quelle che potrebbe avere qualsiasi lettore del racconto”. Quindi mi sono fidato, anche perché io non sono uno scrittore, non è il mio lavoro: ho solo pensato a cosa avrebbe giovato al racconto.

È stato più liberatorio scrivere il libro rispetto al podcast?

Effettivamente sì. Il libro l’ho scritto da solo mentre il podcast l’ho fatto insieme ad Alessia Rafanelli e volevamo che tutto fosse funzionale al racconto, ogni singolo minuto era dedicato alla storia. Nel libro invece ho inserito una parte di impressioni personali che nel podcast non avevamo tempo di inserire.

Il podcast si è prestato di meno al racconto della nostra esperienza mentre facevamo l’indagine, almeno per il linguaggio che abbiamo voluto usare noi. Il libro mi ha permesso di parlare anche di quello.

Veleno, il podcast, ha una struttura narrativa quasi cinematografica. Cominci dentro la scena e per tre puntate ti ritrovi catapultato in un paese di pedofili ma nella quarta cambia tutto. Quanto avete pensato alla struttura narrativa del podcast e quanto è importante?

In Veleno noi avevamo l’inizio e la fine perché abbiamo capito di avere una storia nel momento in cui abbiamo trovato Dario (“il bambino zero”, quello che per primo ha denunciato). Quindi iniziamo con Dario e finiamo con Dario. Non perché il finale fosse necessario – per esempio in Serial, season 1, non c’è (Serial è un podcast americano che racconta episodi di cronaca, anche casi non risolti, a cui Pablo si è ispirato nella stesura di Veleno).

La macrostruttura è Dario, che è il fil rouge del racconto, il bambino che ha avuto un ruolo centrale. Noi lo seminiamo sempre nel corso delle puntate e poi lo troviamo fisicamente. E dentro questa struttura ci sono le prime puntate in cui c’è un dubbio sui pedofili ma verso la quarta puntata diamo un cambio di passo, una sorta di twist narrativo che ognuno ha percepito in un momento particolare.

È la puntata di Lorena che cambia tutto. All’interno abbiamo costruito una struttura ad albero, un tronco cronologico e poi la storia che si apre in più canali: falso ricordo, Stati Uniti, gli assistenti sociali. E poi siamo stati molto istintivi nella ricerca delle puntate: quello che funzionava lo mettevamo.

Veleno è un racconto corale perché ascolti le voci dei protagonisti. I podcast secondo te potrebbero funzionare anche per la narrativa dove non c’è una parte di realtà?

Per me i prodotti migliori sono quelli che raccontano storie con più voci, sia fiction che true crime che qualsiasi altra cosa, perché danno la possibilità di sentire i suoni, gli ambienti, le scene: è il racconto del reale che è strepitoso. Per il resto tutto può funzionare, bisogna fare esperimenti.

Il momento più difficile in Veleno?

Le videocassette. Dovevamo prendere 80 ore di video e scalettarle. Io mi svegliavo alle 5 di mattina e le guardavo al pc dalle 5 alle 7, perché per il resto della giornata facevo un altro lavoro. Vivevo con un solo pensiero, non ne uscivo mai.

Per due anni credo di essere stato monotematico. Anche perché ero sempre lì: facevo altri lavori ma passavo le giornate al telefono, con Lorena ci sentivamo spesso e poi è successo che hanno riaperto il caso oppure che uno dei bambini ci ha ricontatti per raccontare la sua versione.

Lo rifaresti per un’altra storia?

Il bello di questo lavoro è quello di potersi infilare dentro le cose, viverle, sentirsele addosso. Anche se come Veleno è pesante. Scrivere un podcast è un bel modo di attraversare una storia e di diventarne un protagonista, perché alla fine anche tu sei dentro le cose.

Noi siamo abituati a trattare le storie come usa-e-getta, fai un servizio, delle domande ma non entri mai. Qua piangi, stai male. Quello è catartico. Succedono le cose, riaprono i processi, fai incontrare due familiari. Questo fa la differenza.

Che futuro ha il podcast in Italia?

Dipende tutto da quanto si attiveranno i professionisti del nostro settore. Il mercato e la volontà ci sono, così come le piattaforme. È un mezzo che ha una funzione essenziale, bisogna capire chi penserà all’offerta. Un podcast fatto bene vuol dire tanto lavoro, tanto sacrificio: bisogna vedere quanti prodotti di qualità ci saranno.

Il vero problema è che da noi manca la cultura del racconto, anche nel mondo del giornalismo. Se fossimo in America ne sarebbero usciti 15 in un anno come Veleno, mentre in Italia questa cosa manca. Veleno è un prodotto americano perché è figlio dello studio di prodotti americani.

Se vuoi creare una città nella giungla devi tirare via le erbacce e farti strada, sporcarti le mani ed essere disposto a rischiartela. Noi abbiamo messo da parte le nostre vite per un tot di tempo, ma se non c’è quella voglia non puoi fare un prodotto davvero di qualità.

In Italia manca la cultura del racconto coinvolgente, appassionante, seriale. Ma adesso gli strumenti ci sono, quindi dipende dai professionisti, dai giovani che ci stanno intorno, che un giorno dovranno, se vorranno, mettere il loro tempo per creare un prodotto di qualità. Io spero che accada, che ci sia una sana competizione basata sulla qualità.

Invece credi che il podcast sia alla portata di tutti? Oppure serve una capacità di attenzione particolare per non perdere il filo della storia mentre lo si ascolta?

Certo che è per tutti. Il racconto fatto da voci professioniste e gli effetti aggiungono dimensioni di realtà e coralità al racconto, rendendolo molto più ingaggiante. E poi il podcast ha il grande vantaggio di essere con noi mentre facciamo altro: guidare, camminare, fare le faccende domestiche. È molto meno invasivo della lettura ed è davvero alla portata di tutti.