Io c’ero.

Quando Meredith Grey disse di essere solo una ragazza in un bar, io c’ero. E bisbigliai quelle stesse parole.

Quando Bridget Jones cantò a squarciagola All By Myself, io c’ero. E cantai con lei.

Persino quando brontolone espresse il suo odio per tutto e tutti, lamentoso come pochi, io cantilenai con lui, “io odiooooooooooooo odiare tutti”.

I dialoghi mentali con Lorelay Gilmore poi, una gara a due senza vincitori né vinti.

E no, non mi ricordo come era vestita o acconciata Meredith, né l’interno della casa di Bridget.

Io mi ricordo la voce.

Dentro di me, echeggia. Identifica e mi identifica. A tal punto che se cambio canale e sento quella voce, mi fermo ad ascoltare, perché mi sento a casa.

È la voce. E la voce porta il nome di Giuppy Izzo.

In occasione dell’8 marzo, giornata da troppo tempo deprivata del suo giusto valore (e infatti è festa, non ricorrenza, ricordo, commemorazione…), omaggiamo una donna, la sua carriera, i suoi successi. Omaggiamo una donna e le sue molteplici donne. Forti, sfrontate. Inarrestabili, nonostante la vita non sia né giusta, né clemente.

L’arte del doppiaggio è una scelta di cuore, di un cuore che ha amato e ancora ama un padre scomparso dieci anni fa. È figlia, infatti, di Renato Izzo, attore, doppiatore, sceneggiatore, che le fa conoscere e amare questo mondo che diventerà il suo.

Duro lavoro e studio, per essere oggi doppiatrice, attrice e direttrice del doppiaggio italiana, insignita di vari premi come il Leggio d’oro nel 2008 (premio conferito ad attori e attrici, che si sono distinti nel doppiaggio cinematografico e televisivo in Italia) per la miglior interpretazione femminile.

Mi sistemo i capelli per ben tre volte prima di ricordarmi che è un’intervista telefonica.

Il suo ciao, allegro, aperto, melodioso, mi fa capire che sarà uno scambio bello e interessante.

  1. In gergo si dice “prestare la voce”. E, quando prestiamo qualcosa, essa ritorna. Magari cambiata, ammaccata, stropicciata o arricchita (da un grazie, da una dedica, da un’intesa). Cosa torna a Giuppy, quando le viene restituita la voce?

In particolare, mi rimane tantissimo di Meredith. La sceneggiatura è meravigliosa, devo dire parole che mi piacciono, è sempre un’emozione per me, anche se non sono parole “mie”, ma è qualcosa a cui do voce, do corpo. Prestare la voce è sempre un arricchimento, e mi resta tanto. Il mio è un lavoro particolare, bisogna immedesimarsi, immergersi, com-prendere. È un lavoro che chiede poco corpo, ma pretende tanta osservazione e mente. Ci deve essere cuore, nel senso che devi entrare in quella persona e respirare in modo diverso, in un modo che è di un altro. Cerco sempre di non tradire quello che vedo e sento.

  1. Il tuo è un lavoro di base attoriale. Ma, a differenza degli attori, non hai il tempo per immergerti completamente nel ruolo. Come riesci a rendere tue le parole di chi conosci, di chi vedi e senti, per la prima volta?

Come dicevo prima è un lavoro davvero particolare. Entri nel personaggio che ha già una sua persona, e devi respirare “respiri” che non sono tuoi. Anche se non hai il tempo concesso agli attori, lavorando impari. Ti alleni ad essere recettivo, a capire e calibrarti in poco tempo. È un lavoro che richiede concentrazione, e non è raro, al termine, esserne provati. È, inoltre, una grande responsabilità perché stai interpretando le parole di un altro, stai riprendendo i fiati e le emozioni un altro che ha a sua volta cercato e studiato di interpretare il progetto di una persona diversa da lui. Ci vuole molto rispetto, è qualcosa di molto intimo. Per fortuna si lavora in squadra, il direttore del doppiaggio ti aiuta e indirizza e in sala c’è una notevole sinergia.

  1. Sei, per definizione, la Voce. Ma è mai capitato che il tuo corpo, la tua fisicità volessero “venir fuori”, reclamando uno spazio adeguato?

Ad essere sincera, non mi capita, perché io lo spazio me lo prendo. Nel senso che penso di muovermi, penso di piangere, penso di sbattere la porta e avere la sensazione tattile delle cose. Io lavoro con il corpo, silenziosamente perché i rumori verrebbero registrati. Quindi mi muovo in maniera impercettibile o coinvolgo il mio corpo nel pensiero di muovermi. Non mi sono mai sentita “co- stretta”.

  1. Hai interpretato milioni di personaggi. Ma c’è un personaggio di cui vorresti essere la voce o portavoce? Chi ispira Giuppy Izzo, come donna, come professionista, come sognatrice?

Ellen Pompeo mi ispira. Ellen Pompeo è una donna che mi piace molto, attiva in molte battaglie sociali, sempre in prima linea. Ho capito nel corso degli anni che è una persona vera, per nulla costruita. Mi piace la donna e mi piace il personaggio.

  1. Possiamo dire che siamo ufficialmente nell’era della voce, del sonoro. Impazza la mania per i podcast, l’ascolto domina su tutte le altre attività sensoriali. Come incide questo sul tuo lavoro?

È vero, i podcast dominano. E mi scopro ad amare questa nuova modalità di racconto, perché posso mettere, anche se con parole di altri, qualcosa di mio. Non devo seguire qualcosa di già pronto, non una immagine, non un personaggio. Si vede solo con la mente. Non essendoci l’immagine quando recito lo faccio in maniera diversa. Non sono legata né ad attori, né a forme quindi … è qualcosa a cui io do voce e ognuno la interpreterà in modo diverso. Seppur recitando qualcosa che è stato scritto da qualcun altro, posso immaginare quello che voglio.

  1. Quale credi sia il futuro che ci aspetta? Solo audio, podcast e forse anche una chiusura verso noi stessi?

Non credo, le immagini non scompariranno mai. Ne abbiamo bisogno. Quando esse mancano, arrivano le immagini della mente. Avremo sempre bisogno di emozionarci con qualcosa che si vede. Anche se con i podcast sei avvolto completamente e totalmente da una voce, l’occhio, con le sue declinazioni, vista/immagine/scena, rimane una componente organica e sensoriale importante.

  1. Cosa prova Giuppy, quando sente la sua voce, in tv, durante uno spot, o facendo zapping?

Sono una persona molto critica nei miei confronti, cerco sempre di non ascoltarmi o riascoltarmi mai, invero, perché penso a tutti i modi in cui avrei potuto fare diversamente quel determinato brano, pezzo, personaggio.

Devo ammettere che, durante l’intervista, non ho resistito e ho chiuso gli occhi.

Ed eccole lì, Meredith, Bridget, Lorelay, Tempesta e tutte le altre.

Le ho sentite sedersi accanto a me, ed essere attratte dalla forza, paradossalmente silenziosa, di Giuppy. E si sono tutte unite a me, nel ringraziarla di aver reso il loro personaggio così vibrante, così vero, così “nostro”.

Perché se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, la voce ne è la colonna sonora.

 

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[Intervista di Consuelo Costa per Podcastory]