Romanzi, racconti, poesie, racconti brevi, aforismi, epitaffi. La storia della scrittura si è sempre divisa tra testi lunghi e brevi, tra “long” e “short” stories. Forme diverse per conseguire il medesimo obiettivo: arrivare al cuore del lettore.

Ma andiamo con ordine.

Nell’antichità, le storie venivano trasmesse oralmente e in più puntate (ne abbiamo parlato anche qui): da poemi epici e cosmogonie a Iliade e Odissea, fino a ritrovare forme narrative simili anche nella letteratura ottocentesca occidentale: basti pensare a romanzi come David Copperfield e alle opere di Charles Dickens in generale, pubblicate a puntate settimanali sui più noti giornali dell’epoca.

Romanzi e poesie sono da sempre parte fondante della letteratura mondiale: quella da studiare sui banchi di scuola e premiare, quella da prendere come modello di espressione. Contrariamente, i racconti brevi sono rimasti spesso ai margini della letteratura, forma di scrittura di “serie B”, magari citata dai più accaniti lettori (chi non conosce Il gatto nero di Edgar Allan Poe?) ma senza la dignità di vere e proprie opere letterarie.

A poco a poco, però, con il passare dei secoli e i cambiamenti epocali che hanno contraddistinto l’epoca moderna e contemporanea, la forma di scrittura breve ha saputo ritagliarsi un spazio tutto suo, originale e unico, cominciando ad imporsi nel panorama letterario mondiale.

Quando, nel 2013, Alice Munro vince il premio Nobel per la letteratura con i suoi racconti, è chiaro a tutti che  le “short story” non sono più parenti alla lontana, ma le vere protagoniste della parola scritta.

Nel frattempo, con l’avvento dei social network lo spazio di scrittura si riduce a un centinaio di caratteri al massimo e la velocità con cui gli algoritmi cambiano i contenuti sulle bacheca di Facebook e Instagram fa crollare la capacità di attenzione del lettore: da 12 a 8 secondi. Se il messaggio non è immediato, ci si annoia, ci si distrae e si scrolla la pagina.

Anche chi scrive si adatta ben presto alla rapidità del messaggio adeguando il contenuto al mezzo e sperimentando nuove modalità di espressione: si impongono anche in occidente gli haiku, componimenti poetici composti da 3 versi, secondo lo schema 5/7/5.  Su Instagram cominciano ad apparire poesie associate alle fotografie. Alcuni Instantpoets diventano veri e propri fenomeni letterari, come Rupi Kaur con il suo “Milk and Honey”.

Rupi è una scrittrice e illustratrice canadese di origine indiana che ha cominciato a condividere le sue poesie d’amore sui social in forma anonima. Prima su Tumblr, poi dal 2014 su Instagram, le sue poesie illustrate hanno fatto il giro del mondo, emozionando milioni di follower  e lettori. Il suo primo libro cartaceo, “Milk and Honey” appunto, pubblicato nel 2014 e tradotto in 25 lingue, ha venduto ad oggi più di 2,5 milioni di copie, entrando e rimanendo nella lista dei best seller del New York Times per oltre 77 settimane.

Come Rupi Kaur, tantissimi sono i poeti e gli amanti della scrittura breve che scrivono ogni giorno sui loro profili social, raccogliendo like, adesioni e sognando anche loro, un giorno, di essere pubblicati.

La scrittura breve è una grande occasione e una grande sfida al tempo stesso, per chi ama scrivere. Concentrare in poco spazio trama, personaggi, emozioni e snodi narrativi non è per tutti. Bisogna fare quello che i Latini chiamavano “opus limae” (lavoro di cesello) e che oggi potremmo tradurre con “fine tuning”: tagliare ciò che è superfluo e ridurre, addensare come quando in cucina si prepara una salsa. Alzare il fuoco e fare evaporare l’acqua in eccesso per fare emergere le parole. Anche se poche.

Perché Less is more.